3 ottobre - giornata delle vittime dell’immigrazione

3 ottobre

Si celebra il 3 ottobre, la terza giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, a cinque anni dalla strage avvenuta al largo di Lampedusa il 3 ottobre del 2013, dove persero la vita 386 persone, donne, uomini, bambini, nel naufragio di un barcone al quale avevano affidato il loro viaggio della speranza. Purtroppo non è stato né il primo né l’ultimo di questi tragici episodi.

Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), al 21 settembre scorso era salito a 1.728 il bilancio dei migranti e rifugiati morti nelle acque del Mediterraneo dall'inizio dell'anno mentre tentavano di raggiungere l'Europa. Il più alto numero di decessi (1.260) è segnalato nel Mediterraneo centrale tra il Nord Africa e l'Italia. Un totale di 78.372 migranti e rifugiati sono entrati in Europa via mare tra l'inizio e il 20 settembre del 2018. Di questi, 34.238, il 44% del totale, sono giunti in Spagna, seguita dalla Grecia (22.261 arrivi) e dall'Italia (20.859).

Gli arrivi in Italia sono diminuiti di quasi l’80% rispetto al 2017, ma l’Oim rileva un aumento della mortalità: “Si calcola che tra gennaio e luglio 2018, nel Mediterraneo centrale abbia perso la vita o risulti dispersa una persona su 18, in confronto a una su 42 nello stesso periodo del 2017”. Cioè, minori partenze e minori arrivi, ma più annegamenti.

Purtroppo si tratta del frutto avvelenato – e forse ricercato – delle politiche di criminalizzazione del soccorso prestato dalle navi delle Ong, della chiusura dei porti decisa dai ministri del nuovo governo pentaleghista Salvini e Toninelli e dell’accentuazione delle politiche di delega alle fazioni libiche del controllo del mare e della inumana e schiavistica detenzione dei profughi e migranti che – dopo la già mortifera traversata del deserto del Sahara – raggiungono la Libia, nella speranza di trovare un trasbordo verso l’Europa. Non basta prendersela con la criminalità degli scafisti e dei trafficanti di esseri umani. Né basta la memoria e il dolore di un giorno. Servono reali politiche di accesso umanitario da paesi flagellati dalle guerre, dalle carestie, dai disastri “naturali” causati dagli effetti del cambiamento climatico.

Purtroppo la Commissione europea e i governi dei paesi dell’Unione non dimostrano alcuna volontà di avviare una drastica revisione delle politiche europee ed italiane, nascondendosi dietro ben costruiti allarmi e paure delle popolazioni verso inesistenti “invasioni” di immigrati. Prova ne sia che i governi più chiusi all’immigrazione e all’accoglienza dei profughi – il cosiddetto blocco di Visegrad, di cui il ministro Salvini e il governo italiano sono diventati il principale alleato in Europa – sono quelli di paesi dove immigrati e profughi sono presenti in percentuali irrisorie, ben al di sotto della modesta media europea (8 immigrati su 100 abitanti; 4-5 profughi e richiedenti asilo su 1.000 abitanti).

Accordi come quelli siglati con la Turchia, la Libia, il Niger ed altri paesi che non possono essere considerati “sicuri”, né rispettosi dei diritti umani, per bloccare il transito e la partenza di rifugiati, migranti, richiedenti asilo non possono essere considerati una “soluzione” semplicemente perché alleviano il nostro peso di accoglienza – a spese di persone già tragicamente colpite da guerre, carestie, cataclismi ambientali, vessazioni e violenze durante il lungo viaggio che li separa dalle coste. Rifiutando di cedere alle paure e ai facili populismi, spesso alimentati da campagne politiche e mediatiche non fondate sui fatti, è ora di stabilire corridoi umanitari per le situazioni di gravi conflitti armati, di disastrose carestie, di continue violazioni dei diritti umani e canali regolari di accesso per ricerca di lavoro in Italia e in Europa - dove, tra l’altro, l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite richiedono l’afflusso di persone giovani e volonterose.

Purtroppo prevale ancora la logica dei muri e delle restrizioni, di cui il governo italiano – anche con il nuovo decreto immigrazione-sicurezza, vero e proprio proclama ideologico-propagandistico del leghista Salvini – è diventato il capofila europeo. Anche i governi più avanzati sono favorevoli al ripristino dei controlli alle frontiere - rimettendo in discussione gli accordi di Schengen - e all’intangibilità dei Regolamenti di Dublino, che costringono i rifugiati a rimanere nel paese di primo approdo.

Lo SPI CGIL vuole abbattere questi muri – fisici e legislativi - come ha dimostrato concretamente anche con le iniziative del luglio 2016, al Brennero, insieme al sindacato dei pensionati austriaco, del 18 dicembre 2016 a Ventimiglia con i pensionati francesi di Cgt e Cfdt, del primo aprile 2017 a Noto con i pensionati tunisini dell’Ugtt e del 7 giugno 2017 a Obrezje (Slovenia) con 14 sindacati pensionati di dieci paesi dei Balcani e dell’ est europeo.

Che la giornata del 3 ottobre, dunque, serva per promuovere la costruzione di un’Italia e di un’Europa aperte, accoglienti, solidali che sappiano valorizzare il positivo contributo culturale, economico, di diversità che le persone migranti portano ai nostri paesi.

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